maurizia brunetto
Rotary Club Pisa Galilei

La nostra socia Maurizia Brunetto presenta, in modo molto chiaro ed esauriente, la relazione “Vaccino Anti-Sars-Covid2: aspettative e realtà”

Maurizia ha presentato il tema dei vaccini anti-Covid, di estremo interesse in questo momento di pandemia. Pur nella sua complessità, il tema è stato presentato da Maurizia in maniera esaustiva e chiara anche per i non addetti ai lavori.

21 gennaio 2021 / Annata 2020-2021

Il Presidente Sardella apre la riunione salutando gli amici presenti, inclusi gli amici degli altri club dell’area. In troduce, quindi, la nostra amica Maurizia Brunetto a cui cede la parola ricordando l’importanza del tema trattato e l’interesse che sta suscitando in questo particolare momento.

Prende quindi la parola Maurizia:

Il vaccino è un preparato biologico che induce una protezione immunologica (immunità acquisita) nei confronti di un agente infettivo (batterio, virus o altro microrganismo), in grado di prevenirne l’infezione o la malattia.
I vaccini sono quindi presidi fondamentali di salute pubblica, ma anche di salvaguardia della salute individuale: le campagne vaccinali hanno permesso in pochi decenni di ridurre l'incidenza di malattie gravi e potenzialmente letali e la mortalità infantile.
Si pensi alla scomparsa del vaiolo, sancita dall’OMS nel 1980 e la campagna di vaccinazione anti-Polio (sostenuta dal Rotary International assieme a OMS e UNICEF) che ha portato dagli anni ’90 al 2020 a dichiarare “Polio-free” tutte le nazioni del mondo con la sola eccezione di Afganistan e Pakistan.

La diffusione dell’infezione da SARS-CoV2 ha prodotto un’emergenza sanitaria mondiale in quanto:

Fortunatamente la morbilità e la mortalità da SARS-CoV2 sono relativamente basse, ma l’ampia e rapidissima diffusione dell’infezione (favorita dalla sostanziale promiscuità dei nostri attuali stili di vita) e la totale suscettibilità della popolazione ha creato la premessa per un’emergenza sanitaria senza precedenti, drammatizzata dal fatto che quella mortalità relativamente modesta se valutata sull’intera popolazione diventa estremamente elevata (20%) nei gruppi a rischio (persone con più di 80 anni o co-morbilità maggiori). Paradossalmente i Paesi a più elevato tenore di vita e con più efficienti e organizzati servizi sanitari di sono trovati a dover gestire una “tempesta perfetta”, in quanto con un più elevato numero di cittadini a rischio di malattia grave e stili di vita, che hanno sicuramente favorito la diffusione del virus (aree ad elevata densità abitativa, mezzi di trasporto collettivi, elevata movimentazione). Il tutto è stato pesantemente aggravato dalla mancanza di trattamenti specifici per questa infezione virale.
L’unico presidio che si è dimostrato utile per mitigare la rapidità di diffusione del virus è stata la limitazione della circolazione delle persone attraverso misure di “chiusura” più o meno severe delle attività ricreazionali, ma anche lavorative.
In un tale contesto emergenziale non più solo dal punto di vista sanitario, ma anche economico la possibilità di disporre del vaccino è stata individuata come una delle più importanti risorse per iniziare a contrastare gli effetti devastanti della pandemia.

Lo sviluppo di un vaccino è in genere un percorso complesso e lungo (anni), ma nell’attuale situazione la rapidità era un elemento chiave per cercare di risolvere l’emergenza. Effettivamente in meno di 1 anno è stato possibile disporre di vaccini utilizzabili sulla popolazione. Perché?

In estrema sintesi la valutazione dell’efficacia si è basata sull’individuazione di criteri “surrogati” di protezione identificati con la protezione dalla malattia da SARS-CoV2 sintomatica nei 2-3 mesi di monitoraggio avuto dopo la vaccinazione. La sicurezza è stata valutata in modo estremamente rigoroso ma necessariamente solo per il breve periodo intercorso fra l’inizio della vaccinazione e la produzione dei dati per gli enti regolatori.
I vaccini in produzione e sperimentazione sono di diverse tipologie e, come anticipato alcuni contengono importanti caratteristiche d’innovazione. In base alle loro caratteristiche ci possono schematicamente suddividere in vaccini che si basano sull’inoculo di:

Attualmente i dati più consistenti (risultanti dagli studi di fase 3) sono disponibili per i vaccini che utilizzano mRNA o vettori virali e che sono attualmente utilizzati negli USA, in Europa, Russia ed Israele. La Cina ha sviluppato diversi vaccini, in particolare è stato sperimentato con successo un vaccino tradizionale basato su il virus inattivato.
Per quanto riguarda i vaccini a mRNA (Pfizer e Moderna), i dati disponibili indicano come la maggior parte delle persone vaccinate produca un elevato titolo di anticorpi neutralizzanti, mentre la protezione dalla malattia sintomatica (COVID-19) si abbia nel 94-95%. Ciò che non sappiamo è se il soggetto che ha risposto al vaccino sia protetto, oltre che dalla malattia, anche dall’infezione. Questo è un punto chiave, in quanto il raggiungimento dell’immunità di gregge, quella condizione nella quale la circolazione del virus viene rallentata/bloccata perché la maggior parte della popolazione (>60%) non più suscettibile all’infezione, potrebbe non essere raggiunta se il soggetto vaccinato continuasse ad essere suscettibile all’infezione. I dati sul modello animale e i preliminari risultati della vaccinazione massiva fatta ad Israele sembrerebbero supportate l’ipotesi di una protezione anche dall’infezione, ma questo aspetto verrà chiarito solo in futuro quanto la numerosità dei vaccinati sarà più alta e potremo vedere (si spera) il tasso di nuove infezioni.
I dati dei vaccini che usano come vettore un adenovirus (Astra-Zeneca; Sputnik V; Johnson &Johnson) sono meno completi rispetto a quelli disponibili per i vaccini a mRNA: i dati preliminari dimostrerebbero un tasso di protezione inferiore intorno al 60-70%, forse a eccezione dello Sputnik V che parrebbe garantire una protezione intorno al 90%. Inoltre, l’efficacia sarebbe inferiore nelle persone con età superiore a 55 anni: i dati però potrebbero essere viziati e penalizzati dalla modalità con la quale sono stati condotti gli studi. La preesistenza di anticorpi anti-adenovirus nel soggetto vaccinato potrebbe, almeno in parte, giustificare la minore efficacia del vaccino.

Le reazioni avverse a breve termine descritte per questi vaccini sono simili, ma di intensià leggermente superiore a quelle provocate dai vaccini tradizionali, questo perché la formulazione con la quale l’mRNA è veicolato induce una vivace risposta infiammatoria utile alla stimolazione della risposta immune. Quindi spesso il soggetto vaccinato sviluppa una reattogenicità locale (dolore in sede di inoculo, talora gonfiore) e sistemica (astenia, febbre, brividi, mal di testa): in genere i sintomi compaiono 12-18 ore dopo l’inoculo e si mantengono per 24-36 ore; la sintomatologia sembra più marcata dopo la seconda dose.

Vaccini e varianti: la selezione di varianti resistenti ad un vaccino è un evento non molto frequente, ma descritto. Quando poi ci troviamo di fronte a virus caratterizzati da elevata variabilità (virus influenzale) diventa necessario continuamente rimodulare il vaccino in base ai ceppi virali prevalenti. Cosa succederà per il vaccino contro il SARS-CoV2? Tutti i virus sono presenti come popolazione altamente eterogenea, che si seleziona in base alla pressione selettiva indotta dall’ambiente, dai farmaci ed anche eventualmente dai vaccini. Nel caso di SARS-CoV2 non è possibile che le poche vaccinazioni effettuate abbiano già indotto la selezione di varianti resistenti. Tuttavia, non stupisce che un virus che si sta “adattando” all’uomo dimostri una dinamica evoluzione genetica e che quindi vengano ad emergere varianti “più efficienti” nell’interazione con l’ospite e quindi magari più infettive. E’ quello che stiamo osservando con le varianti “inglese, sudafricana e brasiliana”. Cosa succederà con il vaccino? In genere una singola mutazione anche nei siti di interazione più importanti non è sufficiente a rendere inefficace il vaccino, però non possiamo escluderlo totalmente. Il soggetto vaccinato potrebbe comunque risultare parzialmente protetto o comunque non sviluppare una malattia sintomatica. Solo l’attento monitoraggio dei nuovi focolai di infezione ci chiarirà questi punti di grave incertezza.
Una buon notizia è he i vaccini di nuova generazione possono in tempi relativamente brevi essere riconvertiti in modo da essere efficaci anche in nuove varianti.

In conclusione, solo una migliore comprensione dell’evoluzione del virus e della sua epidemiologia oltre che i dati che verranno prodotti dal monitoraggio della vaccinazioni su larga scala in corso ci permetteranno di meglio calibrare le strategie di intervento.
Sulla base dei dati disponibili appare chiaro che al momento la priorità di vaccinazione deve essere rivolta alle categorie a rischio di sviluppare malattia severa: persone con età superiore a 70 anni o con co-morbilità associate ad aggravamento della malattia COVID-19. Dovrebbe quindi essere posto in atto uno sforzo organizzativo utile ad attuare in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale e in tempi brevissimi la vaccinazione di questi gruppi di popolazione. L’operazione avrebbe un significato di tutela della salute individuale e del servizio sanitario nazionale, in quanto scongiurerebbe nuove emergenze sanitarie e la paralisi della sanità ordinaria, che purtroppo si accompagna con un aumento delle morbilità e mortalità non COVID-19.