26/09/2013

Caminetto del 26 Settembre 2013

Riunione non conviviale del 26 settembre 2013

26 settembre 2013 / Annata 2013-2014

Conversazione del Dott. Giampaolo Russo: Introduzione a Proust.

Introduzione a Proust e a “La Recherche du temps perdu

 

A detta della critica, Marcel Proust (1871-1922) è il più grande scrittore del XX secolo e uno dei maggiori di tutti i tempi. A la recherche du temps perdu rappresenta lo scopo della sua (piuttosto breve) vita e, nel panorama letterario, un testo innovativo, caratterizzato da una destrutturazione del tessuto narrativo dove non sono tanto i fatti a susseguirsi, quanto piuttosto le idee, in associazione l’una con l’altra, tenute insieme dal sottilissimo filo della memoria involontaria.

Figlio del noto medico Adreian Prust e di Jeanne Weil, ricca ereditiera ebrea, Proust trascorre l’infanzia in un ambiente colto e progressista, nel quale venne incoraggiata la sua passione per la letteratura. Ha uno stretto rapporto con la madre e uno alle volte conflittuale col padre. Negli studi – dapprima al Liceo Condorcet e, successivamente, all'università di Lettere – si rivela un buon allievo, ma non brilla per costanza; semmai – e questo sarà un tema più volte ripreso, tanto in Les plaisirs et les jours che nella Recherche – la sua condotta è caratterizzata da una spiccata mancanza di volontà capace di indirizzarlo verso un obiettivo preciso. Volontà che, al contrario, nel corso degli anni si svilupperà, sebbene con esclusivo riferimento alla realizzazione della sua opera. Come si desume dai carteggi, Marcel Proust è spesso bugiardo, dotato di una spiccata fantasia e smanioso di piaceri. Una volta terminati gli studi, a dispetto delle aspettative paterne, non intraprende la carriera diplomatica ma rinvia mese dopo mese la decisione sul suo futuro, fino ad accettare un impiego da bibliotecario che, però, abbandonerà nel giro di pochi anni a causa del precario stato di salute, che lo costringerà a continue assenze. La spiccata propensione alla mondanità e l'agiata situazione familiare lo faranno entrare in contatto con personaggi di spicco non solo della fervida vita sociale, ma anche di quella intellettuale e culturale che, all'epoca, vedevano quale loro centro proprio Parigi: in tal modo, Proust ha la possibilità di venire a diretto contatto con tutte le principali avanguardie artistiche, sia in ambito musicale (grazie all'amico Reynaldo Hann) che in quello delle arti figurative (Monet, Manet e altri ispireranno il personaggio del pittore Elstir, nella Recherche), tanto in filosofia (il pensiero di Henri Bergson e le sue teorie sul tempo tanta parte avranno nella sua successiva opera) che in letteratura.

Agli occhi dei contemporanei – quelli che non avevano ancora letto la Recherche – Proust appariva un mondano i cui unici meriti letterari erano costituiti da brevi articoli apparsi sui quotidiani ed aventi ad oggetto alcuni tra i più noti salotti parigini. Persino Les plaisirs et les jours, il suo primo testo completo, venne pubblicato nella più totale indifferenza; Alphonse Daudet lo definì “un bel cesto fiorito”, dove l'autore esprimeva la sua freschezza e la sua giovinezza. In realtà, sebbene in forma del tutto embrionale, vi sono trattati alcuni dei temi che verranno sviluppati nella Recherche, quali, ad esempio, la gelosia e la mancanza di volontà di cui parlavo poc’anzi e della quale l’autore aveva piena coscienza (all'epoca della Recherche, Proust si rammaricherà di aver perduto lo stile nella scrittura, che riteneva di possedere ai tempi della sua prima opera).

Altri tentativi letterari, semplici abbozzi e prodromi della Recherche, sono Jean Santeuil e Contre Saint-Beuve: tuttavia, si tratta solo di frammenti, spesso autonomi, slegati l'uno dall'altro, privi di struttura o di un qualsivoglia legame logico. In particolare, quelli relativi alla seconda delle opere citate sfoceranno nella Recherche, una volta abbandonata da Proust l’idea di un saggio vero e proprio. Del resto, in tale “testo” va sottolineata l’esplicitazione del motivo che spinge l’autore a scrivere, quasi un'introduzione alla sua prossima (e già meditata) impresa: «Sono giunto a un momento della mia vita o, se si preferisce, mi trovo in quelle circostanze in cui si può temere che le cose che più desideravamo dire […] ma che non abbiamo letto da nessuna parte, che si può presumere non verranno mai dette se non lo diciamo noi […] non si possa più, improvvisamente, dirle. Noi ci consideriamo come i depositari, soggetti a scomparire da un momento all'altro, di segreti intellettuali esposti a scomparire con noi. E vorremmo vincere la forza d'inerzia della nostra pigrizia anteriore, obbedendo al bel comandamento del Cristo nel Vangelo di san Giovanni: lavorate finché avete ancora la luce». Dal 1903 al 1905 si dedicherà alla traduzione e al commento di testi di John Ruskin, che lo indurranno a una profonda riflessione sull'arte e sul significato della letteratura

Da qui prende vita il progetto monumentale che accompagnerà Proust nel resto della sua vita – progetto che non vedrà facilmente la luce e che stenterà, almeno agli albori, a imporsi agli occhi della critica e degli editori –. Il primo dei volumi, Du côté de chez Swann, rifiutato da Gallimard e osteggiato da André Gide, viene pubblicato a spese dell'autore il 14 novembre 1913; tuttavia, una volta edito, dopo il successo di A l'ombre des jeunes filles en fleur, che gli valse il premio Goncourt nel 1919 e, conseguentemente, la celebrità, i diritti vennero acquistati dallo stesso Gallimard e André Gide fu costretto ad ammettere il grave errore nel quale era incorso imponendo un rifiuto. A questo punto, Proust aveva già preparato e stava portando avanti i volumi successivi (che in origine dovevano essere solo tre, ma che nel corso della stesura si dilatarono notevolmente fino a diventare sette e a raggiungere le tremila pagine): Du côté de Guermantes; Sodome et Gomorre; La prisonnière; Albertine disparue; Le temps retrouvé, gli ultimi tre dei quali postumi. Proust, infatti, morì il 18 novembre del 1922, sei mesi dopo aver comunicato alla fedele cameriera Céleste Albaret di aver scritto la parola fine e di poter morire in pace. Da allora, si dedicò alla correzione delle bozze, non riuscendo tuttavia a portarla a termine con riferimento agli ultimi tre volumi. Vi sono, del resto, alcuni frammenti rimasti senza collocazione reale, come ad esempio uno consegnato a Céleste con l'ammonimento di inserirlo nel punto giusto (probabilmente, in Sodome et Gomorre).

Parlare della Recherche significa parlare di Proust; ma sarebbe sbagliato considerare l’opera quale una sua biografia; riportandoci, infatti, a quanto egli stesso scrive nel Contre Sainte Beuve (dove contesta il metodo critico del suo illustre predecessore, incentrato sull’analisi biografica degli autori), «un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi». In altre parole di un “je” che non è un “moi”. Dunque, alcuni temi trattati risultano – questo è un dato di fatto – più o meno tratti dall’esperienza privata dell’autore, ma il romanzo non è un romanzo autobiografico. Inoltre, all'interno del tessuto narrativo, spesso il protagonista sfuma, lasciando spazio a un altro soggetto, “nous”, dal quale partono riflessioni, per così dire, universali, avulse dal romanzo stesso, poiché l'intento dell'autore non è tanto (e solamente) quello di scrivere una storia (di storia vera e propria, infatti, non può parlarsi), bensì quello di fornire al lettore degli strumenti: sia per analizzare e comprendere se stesso, come se questi si trovasse, invece che di fronte a una pagina, dinanzi a uno specchio; sia per analizzare situazioni e ambiti altri e diversi da quelli descritti: “ogni lettore – scrive Proust – quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”. Certe volte, poi, Je diventa un tradizionale narratore onnisciente, che conosce e narra in terza persona le storie di altri personaggi (la seconda parte del primo volume, Un amour de Swann, è quasi un testo autonomo, se non letto alla luce del valore che la figura di Swann assumerà successivamente, in rapporto all'io narrante): egli, dunque, è una summa dei vari, differenti tipi di narratore: da un lato quello onnisciente (retaggio del grande romanzo ottocentesco), da un lato quello interno. In tal modo, la Recherche, già per questo, si presenta come uno dei grandi esperimenti narrativi del '900.

Il mondo nel quale si muovono i personaggi di Proust è quello dell'aristocrazia (articolata in vari livelli: da quello più basso, rappresentato dai Forcheville o dai Cambremer, a quello più alto, del quale i Guermantes sono l'emblema) e della borghesia (in particolar modo i coniugi Verdurin, il cui salotto “intellettuale” e “avanguardista” si contrappone a quelli, reazionari e tradizionalisti, della nobiltà). L'ambiente popolare è solo sfiorato e rappresentato da pochi personaggi, primo fra i quali la fedele governante Françoise: Proust, infatti, amava parlare solo di ciò che conosceva in prima persona; tuttavia, come ho già accennato, gli elementi di valutazione e di analisi (introdotti spesso da nous) hanno una valenza più ampia e possono trovare applicazione ben oltre i confini del mondo che costituisce il pretesto per la loro esternazione.

Gli ambienti descritti di Proust sono tutti autoreferenziali e classisti, circoli chiusi e caratterizzati, ciascuno, da un proprio sistema di norme di inclusione ed esclusione, dove ogni elemento estraneo viene sempre guardato con sospetto, fino a diventare oggetto di riso: vi è da un lato il salotto di madame Verdurin, ricettacolo di intellettuali e borghesi ambiziosi che vedono nella loro “padrona” una sorta di oracolo, il cui giudizio non può essere messo in discussione (pena, del resto, la cacciata dal “clan”); dall'altro, il sofisticato e, sebbene meno avanguardista, comunque assai più raffinato, salotto della duchessa di Guermantes, retto da regole più tradizionali e da riti incomprensibili per tutti coloro i quali ne sono – per nascita o per educazione – automaticamente e irrimediabilmente esclusi. I modi di pensare e il metro di valutazione dei componenti dei due circoli sono diametralmente opposti e rappresentano, rispettivamente, la novità che prova ad imporsi e il passato che cerca di resistere al presente: madame Verdurin ama la musica di Vinteuil (autore per il quale Proust si è ispirato a César Franck e Camille Saint-Saëns) e di Wagner, mentre i membri del Jokey Club ignoravano il primo e consideravano “rumore” la musica del secondo; i Guermantes e gli aristocratici non mettono in dubbio la colpevolezza di Dreyfus (accusato di tradimento e condannato dopo un processo molto discusso), mentre nel salotto Verdurin se ne sostiene l'innocenza. Se si eccettua Je (e, in parte, almeno in una prima fase, nella quale la propria personalità viene da egli stesso messa in secondo piano, anche il barone di Charlus) i personaggi che si muovono nell'uno non possono far parte dell’altro: in tal modo, per i “fedeli” dei Verdurin, così come – e soprattutto – per i Verdurin stessi, non si apriranno mai le porte dei salotti Guermantes; ma i frequentatori di questi ultimi verrebbero accolti con sdegno (anche se solo per invidia e per la consapevolezza dell'essere da costoro guardati dall'alto in basso) da quelli dei Verdurin (madame Verdurin era solita sostenere che non avrebbe mai fatto sedere alla propria tavola la maggior parte delle duchesse, poiché “noiose” e sprovviste dei requisiti per entrare a far parte del “clan”, con la sola esclusione di alcune donne illuminate – le quali, in realtà, poiché messe al bando dalla società o prive di mezzi, trovavano nella “padrona”, purché accettandone le regole di sottomissione, una sostenitrice; tuttavia, una volta rimasta vedova, ella stessa sposerà dapprima un marchese e, successivamente, il principe di Guermantes, diventando una delle nobildonne più in vista di Parigi).

La Recherche è – e questo è un elemento eclatante – priva di una struttura e un tessuto narrativo tradizionali; tutt'al più, la si potrebbe definire un romanzo onirico, guidato dalle idee e dalle associazioni che legano le une alle altre, sotto l’egida della memoria involontaria (della quale parlerò più avanti); romanzo onirico dove assumono rilevanza, tra le modalità di rivelazione della memoria involontaria, la dimensione del sonno e quella del sogno, capaci di attivarne, come una sorta di motore in accelerazione, i meccanismi: sia il brusco risveglio che il seguente, brusco riaddormentarsi sono momenti topici, capaci di stimolare il cervello e i suoi ingranaggi e, dunque, tutto quel che si è presentato come incidente (l’addormentarsi e il risvegliarsi), pur conservando tale sua natura, acquista il valore rivelatorio del tout d’un coup (le rivelazioni della memoria involontaria sono sempre introdotte da tale locuzione o da locuzioni simili).

Il flusso della memoria, che scorre indipendentemente dalla volontà di chi lo vive, fa ripercorrere a Je gran parte della propria vita e lo porta ad affrontare, per blocchi, molte, grandi tematiche.

La nostalgia per l'infanzia assume grande rilievo nella prima parte della Recherche, dove l'autore ci offre alcune emblematiche immagini delle sue estati trascorse a Combray, scandite dalle passeggiate “dalla parte di Méséglise” e “dalla parte di Guermantes”, e nelle quali compaiono i personaggi della zia Léonie, malata immaginaria, chiusa in una stanza da letto, dell'amata nonna e dell'adorata madre, sempre attesa per il bacio della buonanotte (oggetto, questo, di una lunga scena dove si fa strada anche il tema dell'attesa, che verrà più oltre sviluppato) ; l'amore e la gelosia nella volume intitolato Un amour de Swann e poi ripresi, successivamente, in A l'ombre des jeunes filles en fleur e in La prisonnière; la gelosia, uno dei temi che accompagna l'opera nella sua totalità, assumendo di volta in volta sfaccettature diverse a seconda del suo oggetto (la madre per Je; Odette per Swann; Albertine per Je; Morel per Charlus; i “fedeli” per madame Verdurin), che sempre è destinata a sfociare in una forma di possesso (fisico o mentale); l'omosessualità, a partire dall'immagine di m.lle Vinteuil che bacia l'amica Léa davanti alla fotografia del padre fino all'amore di Charlus per Morel, passando attraverso l'ossessione che Albertine abbia relazioni con ogni amica o donna che incontra; la morte (già in Sodome et Gomorre, poi in Albertine disparue) e quello del dolore causato dalla progressiva, diminuzione del dolore per la perdita delle persone care (con riferimento dapprima alla nonna, quindi ad Albertine), destinate all'oblio; infine, anche se, in realtà, è anche il punto di partenza, quello, fondamentale, della memoria, che merita alcune considerazioni a parte e che occupa non solo il ruolo preponderante dell'opera, ma ne costituisce il fine primo.

Il flusso dei ricordi dell'io narrante prende vita grazie a un fatto contingente: l'atto di mangiare una madeleine intinta nel the; ciò facendo, Je, per un attimo, riassapora alcune immagini della propria infanzia; a questo punto, cerca di ripetere la piacevole esperienza, immergendo nuovamente il dolce nel liquido e portandolo ancora una volta alle labbra: tuttavia, in questo caso, il risultato è diverso da quello desiderato ed egli non riesce più a provare le stesse sensazioni. Già nelle prime pagine, dunque, è evidente la contrapposizione tra due diversi tipi di memoria: la prima, quella comunemente percepita, definita “volontaria”, retta dalla consapevolezza e dall'intenzione, che si attua attraverso la ricerca, all'interno della propria mente, di alcuni ricordi ivi contenuti e opportunamente catalogati; la seconda, al contrario, indipendente dalla volontà del soggetto agente, ma strettamente e necessariamente legata a un fattore esterno, una sorta di elemento comune tra l'esperienza attuale e un'esperienza passata, tale da farci vedere e rivivere sensazioni ed esperienze del passato: così, ad esempio, il sapore della madeleine porta l'autore a riassaporare momenti dell'infanzia; inciampare in un sasso dinanzi all'ingresso dell'hotel de Guermantes lo riporta all'esperienza estetica (ed estatica) della cattedrale di San Marco a Venezia; e, ancora, il rumore di un cucchiaino da the contro un piatto lo conduce con la mente al suono delle campane di Roussonville. Se da un lato, dunque, vi è una memoria “logica”, dall'altro ve n'è una “illogica”, recuperabile attraverso le cosiddette “intermittenze del cuore”. Ma la teoria di Proust – quella che indica la conclusione del proprio lavoro – si spinge ancor oltre: l'essenza della vita, delle cose, la bellezza, la vera bellezza, avulsa da ogni forma di mediazione, da qualsivoglia tipologia di filtro, può viversi solo nel ricordo ottenuto attraverso la memoria involontaria; tale procedimento porta a una vittoria dell'io sulla morte e sul tempo. Teoria, a tratti, non condivisibile, ma certamente in linea col pensiero dell'epoca e con le teorie ivi prospettate: basti pensare a Freud – che, benché Proust non ne avesse letto le opere, offre alcune immagini simili: in entrambi gli autori, infatti, un episodio apparentemente insignificante sollecita la memoria e fa scoprire qualcosa di se stessi che era sfuggito alla coscienza – ; al filosofo francese Henri Bergson, amico di Proust, e alle sue analisi circa il tempo della coscienza e della sua articolazione in un flusso continuo di istanti (Proust concepisce l'io come un essere in continuo divenire, come l'insieme degli io che si susseguono attimo dopo attimo, nel tempo).

Per concludere, si devono spendere alcune parole sul ruolo dell'arte, che è quello di manifestare in modo indelebile le sensazioni ritrovate grazie alla memoria involontaria: in tal modo, l'arte permette di ritrovare un tempo perduto, che però non è un tempo comunemente inteso, bensì un tempo interiore, soggettivo (capace di stabilizzarsi in una dimensione extra-temporale) e di non disperdere una realtà che è sempre più lontana da noi, poiché viziata dalla conoscenza convenzionale, e che corrisponde alla nostra vita: vita che può viversi, dunque, solo attraverso l'arte e, in particolare la letteratura, la quale, attraverso le metafore, è capace di esprimere per equivalente una sensazione e, di conseguenza, di svelare il meccanismo associativo che rimanda da una sensazione all'altra attraverso un elemento comune. Se l'arte è l'unico strumento che ci permette di scoprire e vivere la nostra vera vita, dall'altro essa permette all'artista di manifestare agli altri la propria interiorità e di non disperderla, fissandola eternamente. Questo è ciò che scoprirà e svelerà Je ne Il Tempo ritrovato e che farà superare all'io narrante della Recherche la mediocrità di Swann, che era stato incapace di teorizzare e approfondire lo studio dell'arte oltre il suo valore puramente contingente.

 

 

 

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