silvia venturi ladu
Rotary Club Pisa Galilei

La nostra amica Silvia Venturi Ladu presenta la relazione: “Invecchiamento, fecondità, priorità di genere: L’Italia prima e dopo la pandemia”

Silvia affronta il problema dell’invecchiamento e quindi della riduzione della popolazione produttrice di reddito. A ciò si lega anche la penuria di lavoro femminile situazioni, queste, aggravate dalla pandemia

11 febbraio 2021 / Annata 2020-2021

Il Presidente Sardella apre la serata salutando tutti i presenti, ivi inclusi gli amici degli altri club della nostra area, che si sono collegati per assistere a questa interessante relazione della nostra amica Silvia Venturi Ladu sui temi relativi all’invecchiamento, alla fecondità e alla parità di genere e a come questi aspetti sono stati influenzati dalla pandemia relativa al Covid 19.
Il Presidente conclude la propria introduzione passando la parola a Silvia.

Prende quindi la parola Silvia Venuri Ladu:

“I tre aspetti definiti già nel titolo dell’intervento sono in realtà tre punti (dolenti) caratterizzanti la popolazione italiana e che in prospettiva post-Covid si prospettano come elementi di ulteriore fragilità non solo sotto il profilo demografico, ma anche sotto il profilo economico e quello sociale.
Già prima della pandemia, l’Italia era un “paese di vecchi” -il secondo al mondo dopo il Giappone, insieme alla Germania-, tanto che ¼ della popolazione ha almeno 63 anni. Ma se vivere in tanti di più molto più a lungo è un fatto sicuramente positivo, lo è meno il motivo scatenante di questa dinamica: la riduzione continua e pressoché costante della fecondità a partire dai primi anni ’70. Sono ormai circa cinquanta anni che non viene più assicurato il ricambio generazionale, il che ha provocato sia una riduzione delle nuove generazioni delle potenziali madri -quindi in prospettiva sempre meno figli- sia una riduzione della “porzione” di popolazione potenzialmente produttrice di reddito, a sua volta spinta al risparmio e agli investimenti necessari per l’espansione dell’economia. Non solo, ma la componente femminile partecipa ancora troppo poco al mercato del lavoro, ancora compressa tra la scelta di fare figli e quella di occuparsi, a causa di un sistema di welfare quantomeno insufficiente. Con il risultato da una parte che si fanno sempre meno figli, e dall’altra che si rinuncia all’impiego di una risorsa economica che si tradurrebbe sicuramente in un notevole contributo alla crescita del PIL.
Se questa era la situazione precedente la pandemia, quella che si prospetta dopo l’irruzione del Covid nella nostra vita è ancora più sconfortante. Sicuramente già si prevede una riduzione della speranza di vita che in alcune aree del paese potrebbe arrivare ad una perdita da 3 a 6 anni, già nel 2020 rispetto al 2018. Sulla scorta di quanto accaduto in situazioni analoghe (Fukushima, Cernobyl) a seguito di incertezza e paura e del disagio economico indubbiamente provocati dalla pandemia è legittimo attendersi ancora meno figli, tanto che le previsioni dell’Istat ipotizzano già adesso un numero di nati al di sotto dei 400.000, record negativo già preventivato ma per il 2032. E per quanto riguarda l’occupazione femminile, non c’è certo da attendersi che possa aumentare proprio ora, dal momento che il lockdown sta interessando prevalentemente quelle attività economiche -servizi, turismo, ristorazione- che tradizionalmente impiegano in larga misura forza lavoro femminile.
Non resta che sperare in un accorto impiego delle risorse del Recovery Plan.”