23/01/2014

Caminetto del 23 gennaio 2014

Riunione non conviviale del 23 gennaio 2014

23 gennaio 2014 / Annata 2013-2014

Caminetto del 23 gennaio 2014

Conferenza del Socio Antonio Bottari: ‘’Quando la salute viaggiava per posta’’.

Lo scorso anno, in occasione dei 300 anni dalla fondazione della farmacia, ho deciso di scrivere un libro per non disperdere la storia della farmacia e di chi ha portato avanti questa attività. A giugno abbiamo festeggiato questo traguardo perché è ormai raro trovare una farmacia così antica che sia ancora in attività e che lo sia stata senza interruzioni e sempre nella stessa sede.

Per questo è stata fatta una lunga ricerca archivistica che ha portato alla scoperta che la farmacia fu fondata  in realtà il 30 aprile 1692 dallo speziale Paperoni, dal 1773 passò al Mantellassi e infine alla famiglia Bottari dal 1825.

La realizzazione di questo libro è stata possibile grazie anche al fatto che nel tempo siano state conservate sia documenti, manoscritti e carteggi, sia manufatti di arredo della farmacia e del laboratorio galenico.

Tra i numerosi reperti vorrei porre l’attenzione su un epistolario della seconda metà dell’Ottocento relativo a due specialità inventate da Antonio Bottari intorno al 1840 e composto da più di duecento lettere.

A quel tempo la tenia e gli ossiuri erano parassiti che, data la scarsa igiene e la pessima conservazione degli alimenti, attaccavano gran parte della popolazione. Antonio creò uno sciroppo vermicida per i bambini di cui si è conservata la ricetta e che ebbe successo fino al 1960 perché non aveva effetti collaterali nocivi e, cosa non trascurabile, aveva un buon sapore.

Il successo di questo preparato fu tale che, oltre a essere venduto nella farmacia di Borgo, veniva spedito in altre città della Toscana sia a privati,  sia a farmacie che ne avessero fatto richiesta.  Fra il 1870 e il 1877 si hanno numerose testimonianze di spedizioni di «siroppo vermicida» ad alcune farmacie di Firenze, fra le quali cito quella di Giuseppe Gualterotti di via Guicciardini, la «Farmacia Al segno del Moro» e la «Farmacia Bambi al Mercato Nuovo», ma anche ad Arezzo alla «Farmacia del Cervo» dei fratelli Ceccarelli. Richieste di ordinativi pervennero addirittura dalla «Farmacia chimica Rancati della Rocca» sita nella piazza del Duomo di Como.

Questo l’esempio di un ordine tipo. Si tratta di una lettera scritta, il 2 agosto 1872, dal dottor Nicola Bambi, titolare dell’omonima farmacia di Firenze, il quale si riforniva periodicamente di questo prodotto da mettere in vendita nel suo esercizio fiorentino:

«Farete il favore spedire cinquanta bottiglie del vostro siroppo vermicida, vi pregherei a fare osservare che le bottiglie siano chiuse ermeticamente perché ve ne erano una o due che si versano a cagione del sughero che non chiudeva bene».

Numerosa è la corrispondenza relativa agli ordini dei privati, ai quali il rimedio veniva spedito a casa, o presso la più vicina stazione ferroviaria. Molte furono le richieste provenienti da Firenze. Una fra le più assidue clienti fu la baronessa Sonnino della Rocca, ma degna di menzione è la richiesta di Giuseppe Albizzi,  il quale così si esprimeva in lettera del 3 ottobre 1875 indirizzata a Luigi Bottari:

«Avendo trovato molto efficace per i miei piccoli bambini la medicina da bachi che si vende nella di Lei farmacia, sono a pregarla di avere la compiacenza di spedirmene dieci boccette in una scatola bene confezionata per mezzo della strada ferrata a grande velocità e in porto assegnato al mio indirizzo in Firenze in via Cavour, 50, piano terreno. Le accludo perciò sette lire, che lire sei per il valore di dette dieci boccette di medicina da bachi distinta col nome di siroppo vermicida al prezzo di centesimi sessanta la boccetta e lire una per spesa di imballaggio».

Lettere con analoghe richieste arrivarono da Sinalunga (Siena), da Follonica (Grosseto), da Pescia (Pistoia), da Monsummano Terme (Pistoia), da Livorno. La fama di questo siroppo travalicò i confini regionali. Si hanno infatti testimonianze di ordini provenienti da Ravenna, da Salerno e da Avellino.

Anche i figli di Luigi, Antonio (1856-1929) e Francesco (1857-1915) continuarono la produzione e lo smercio della sciroppo vermicida e per fare conoscere il prodotto ne inviavano ai medici un campione insieme a un opuscolo esplicativo. La formula per produrlo passò da padre in figlio e la sua produzione si protrasse per molto tempo fino agli anni cinquanta del secolo scorso.

Ad Antonio Bottari (1789-1853) è da attribuire anche l’invenzione di un preparato per l’estirpazione del baco tenia di cui però si è perduta la ricetta. Sin dall’antichità si erano studiati molti rimedi che fossero in grado di fare espellere la tenia dal corpo umano sia a base di felce maschio, usata in epoca romana, che di radice di pomo granato proposta dal medico scozzese Buchanan che esercitava in India. Antonio, studiando tutti questi rimedi e, avendo constatato che gli effetti non erano quelli desiderati, ne creò uno  che sperimentò su molti malati ottenendo riscontri favorevoli.

 Il 31 dicembre 1851 Antonio provò il suo preparato su un cane da caccia  e ottenne risultati positivi. 

In una lettera  del 9 aprile 1852 così egli si esprimeva:

«[…] la signora N.N. condottami dal Sig. Cav. Monti di Pisa la quale ne evacuò  tre agglomerati insieme».

Della scoperta di questo nuova cura contro il baco tenia ne dette notizia perfino il «Monitore Toscano» come attesta una lettera scritta da Giovanni Tonini da Pietrabuona (Pescia - Pistoia), il 14 giugno 1852:

«Ho letto nel Giornale Monitore Toscano che Vostra Signoria ha ritrovato una medicina sicura per guarire in brevi ore dal verme tenia, malattia fino ad ora incurabile e che fattone esperimento su persone lucchesi e pisane per come diceva il giornale sono guariti rispettivamente».

E così continuava la lettera del Tonini:

«Trovandomi in discorso di questo male con delle persone, atteso che morì sono pochi anni senza potersi rimediare un giovane mio conoscente: oh! Se allungava la vita, adesso sarebbe guarito. Questo mio ragionamento ha portato, che vi è una signora in Pescia, che ha appunto questo male del verme tenia, e mi ha fatto dimandare il suo nome e cognome. Sicchè bramerei sapere se è la verità di tutto questo narrato dal rammentato giornale: ed essendo la verità cosa posso far sapere a questa signora che brama sicuramente di guarire; onde non abbia a venire costaggiù a Pisa a perdere tempo inutilmente».

Infatti il Bottari somministrava il suo preparato solamente presso la farmacia  a Pisa  avvertendo che

«[…] non si accetta l’impegno di amministrarlo ove il malato non porti seco alcune porzioni di tenia per lo innanzi evacuate, lo che se sarà avvenuto da poco tempo tanto sarà meglio […]».

Interessante è anche una testimonianza rilasciata dal capo muratore Luigi Vivarelli:

«Malattia della Tenia. Dichiaro per amore della verità che nelle prime ore della mattina del 5 luglio 1852 mi sottoposi in Pisa alla cura del Signor Dottor Antonio Bottari  e alle undici antimeridiane di esso giorno evacuai due tenie inermi agglomerati, restando così libero di questa malattia, di cui era afflitto da otto anni; come pure fui testimone di un esito simile del Signor Ferdinando Vangioni di Firenze, il quale poche ore appresso a me evacuò il Taenia solum di braccia 14».

Se si considera che il braccio corrisponde a 583 centimetri, il Signor Vangioni aveva espulso una taeniae solium di poco più di otto metri. Un documento interessante perchè attesta come Antonio Bottari fosse riuscito a trovare una cura efficace per la totale espulsione dei due tipi di tenia: la taeniae solium trasmessa dai suini e la taenia saginata o inerme trasmessa dai bovini.

In una lettera del 15 luglio 1852 così si esprimeva il pievano di Morrona, Francesco Rossi, riconoscente per l’avvenuta guarigione della nipote:

«[…] mille ringraziamenti della bontà e carità usata a mia nipote Rosa Martini nell’averla liberata da quel dannoso verme che la rodeva […]. Mi ha magnificato l’attenzione, la buona maniera, la carità e l’incoraggiamento che la Vostra Signoria gli ha usato nel magistralmente fargli gettare quel dannoso verme».

Nello stesso anno Antonio presentò un resoconto dei suoi studi e dei suoi esperimenti, allegando l’attestazione del favorevole esito di cinquantanove casi.

Dopo la morte di Antonio, avvenuta il 22 dicembre del 1853, la cura del baco tenia fu portata avanti dal figlio Luigi (1828-1901), succeduto al padre nella conduzione della farmacia.  Questo preparato continuò a essere prodotto e somministrato anche dai figli di Luigi: Antonio (1856-1929) e Francesco (1857- 1915).

Il già menzionato epistolario conserva più di un centinaio di lettere concernenti la cura del baco tenia, dalle quali si evince come durante la seconda metà dell’Ottocento la fama di questo preparato avesse sorpassato i confini cittadini e regionali, grazie a un passaparola da fare impallidire i più moderni social network.

Cito, a titolo di esempio, una lettera scritta il 10 gennaio 1879 dal Signor Antonio Fabrizi di Roma:

«[…]venuto a sapere da persone di Pisa che Ella possiede uno specifico per combattere la malattia del verme solitario, essendo io colto da tale malattia, bramerei sapere come potrei regolarmi per avere la sua specialità».

Ancora più interessante è la lettera del Signor Ildebrando Rossi, abitante in piazza Sant’Ignazio, n.  17 a Roma, che il 20 giugno 1881 così scriveva:

«Dal mio amico Signor Comm. Avv. Carlo Bologna seppi essere Ella scopritore di un infallibile rimedio contro la tenia. So che Ella è gelosissimo del suo segreto ne so biasimarla, ma spero che potrà però dirmi: 1° se veramente l’esito del suo specifico è infallibile, 2° quanti giorni “al maximum” durerebbe la cura, 3° se nella sua composizione entra la nota corteccia di melo granato selvatico, 4° la spesa cioè l’onorario dovutole per assistenza e pel farmaco».

Si può citare anche la missiva di A. Renaults, un francese residente a Firenze, il quale avendo scoperto che «a Pisa esisteva il più terribile distruttore della tenia», chiedeva a Luigi Bottari di intervenire per curare un bambino di dieci anni affetto dalla tenia sin dall’età di diciassette mesi. Così egli descriveva uno degli innumerevoli tentativi falliti:

«A Parigi Raspail gliene fece fare ventiquattro braccia  [quasi 14 metri] ma la testa del baco non venne fuori e per conseguenza trovasi in uno stato deplorevole […] conoscendo i dispiaceri da Lei provati per essere più sapiente dei dottori non oso troppo insistere, ma qui trattasi di un caso disperato e di salvare un fanciullo in pessimo stato […]».

Una testimonianza quest’ultima di un certo interesse se si considera che Francesco Vincenzo Raspail, nato a Carpentras nel 1794 e morto a Parigi nel 1878, fu uno fra i più rinomati naturalisti francesi, autore di numerose pubblicazioni. Il suo  libro più famoso resta l’ Histoire naturelle de la santè e la maladie, pubblicato a Parigi nel 1875, posseduto anche dai fratelli Antonio e Francesco Bottari e ancora oggi conservato nell’antica biblioteca della farmacia Bottari.

Numerose sono le lettere con le richieste di informazioni e  di appuntamenti, come, ad esempio, quella di Giuseppe Bertolini di Livorno che il 20 aprile 1875 così scriveva:

«Giovedì prossimo verrebbe costì una persona per l’estirpazione del verme solitario, bramerebbe sapere il prezzo, quanto tempo ci vuole per la detta e se richiede esser digiuna».

Più toccanti sono le lettere di ringraziamento. Così scriveva Anastasia Barsantini di Bagni di Lucca il 14 dicembre 1870:

«Signor Luigi, sono con la presente a dirle le cose della mia bambina, come pure del bambino che stanno tutti e due benissimo. Il bambino ha fatto dieci bachi con un poco di corallina che a preso unita colla sua polvere, io non posso fare altro che ringraziarlo […] ».

Molte altre sono le preparazioni della farmacia Bottari attestate dal carteggio. Una documentazione che contribuisce a restituire un quadro più ampio dei medicamenti disponibili in farmacia durante la seconda metà dell’Ottocento. Il 28 gennaio 1880, il priore della Certosa di Pavia, tramite il suo omologo della Certosa di Pisa presso Calci, chiese la spedizione per ferrovia di una scatola di «pasticche di catrame per la tosse»; il Signor Armani di Milano, il 1 e il 3 luglio del 1875,  richiese l’invio di due vasetti di «pomata vegetale antiemorroidale»; Giuseppe Pellegrini di Querceta  di Seravezza, il 10 febbaio 1876,  ordinò due bottiglie «di olio di fegato di merluzzo di Terranuova»; Ernesto Freller di Migliarino, il 19 agosto 1875, fece pervenire la richiesta di «un vasetto della solita unzione per la cute del proprio cane»; mentre il Signor Giovanni Vitelli di Massa Carrara, l’8 agosto 1871, ordinò quattro o cinque vasetti di «pomata filicorna per la cura dei capelli» perché aveva riscontrato un buon risultato; il 29 giugno 1876 giunse da Livorno la richiesta di una bottiglia di «siroppo Bottari contro la tosse canina». Sempre nel 1876 alla stazione di Campiglia Marittima venne inviato un cospicuo numero di preparati: «Tintura d’arnica – kg 1; ammoniaca  - gr 100; glicerina – gr 300; calcinato di magnesia – gr 200; unguento cereo – gr 500; spirito canforato- gr 500; nitrato d’argento – gr 20; cerotto diacono- pezzi uno». Si ha ancora la testimonianza della spedizione di «olio semplice con chinino» e la domanda per una fornitura di topicida, giunta addirittura da Genova con una lettera del 14 novembre 1871.

Venivano spedite anche bottiglie di fernet, vermouth, tonico e vini medicati, della cui realizzazione la farmacia Bottari andava giustamente orgogliosa. Questi prodotti erano preparati partendo dalla raccolta, infusione e macerazione delle erbe per ottenere l’estratto. Una volta estratti i principi attivi, vi erano aggiunti lo sciroppo e gli altri ingredienti per ottenere la preparazione desiderata. La qualità degli estratti e la percentuale degli altri ingredienti usate nel realizzare i vari preparati distinguevano le varie farmacie e ne decretavano il successo. Più volte, nel corso del 1876,  a Luigi Bottari vennero richieste da Francesco Borsi di Castagneto «alcune bottiglie di estratto di china e di giulebbe di china», insieme all’ordine di numerose bottiglie di «siroppo vermicida»; mentre, l’11 novembre 1874 e il 22 febbraio 1876,  David Vezzani di Montalcino  esprimeva il desiderio «di ricevere tre dozzine di boccette per fare il vermouth».

             

  

 

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